Mi sono imbattuto in una lettuta di un articolo di Rumore il mio giornale di musica preferito; di solito apro il giornale al contrario perchè Alvise Simonazzi scrive sempre cose importanti; quest'articolo direi che mi ha fatto commuovere per il contenuto e perchè rappresenta l'ultimo suo articolo su quella rivista.
Grande zio Alvise, spero di poter rimanere in contatto con te, e quando vorrai lasciare un contributo sul mio blog io sarò sempre pronto ad accoglierlo a braccia aperte.
Per RUMORE di LUGLIO-AGOSTO
> i consigli di zio ALVISE >> di A. Simonazzi zioalvise@virgilio.it
Se non ci fosse stato nel 1984 il film Amadeus di Milos Forman con l’interpretazione da Oscar di Fred Murray Abraham, probabilmente cari nipotini non vi direbbe un fico di nulla il nome di Antonio Salieri, compositore di Legnago divenuto sul finire del 700 maestro di cappella alla corte imperiale di Vienna, nonché istruttore di giovani dal luminoso destino scritto sul pentagramma quali Beethoven, Liszt e Schubert. Del resto, chi ricorda oggi, se non gli addetti ai lavori, opere come Le Danaidi o La Grotta di Trofonio, tra le cose migliori lasciate dal Salieri? Sono sicuramente false le voci maliziose che hanno attribuito all’anziano compositore di corte, accecato dalla gelosia, la responsabilità della morte prematura di Mozart, ma certo egli deve aver molto sofferto, nel vivere il confronto quotidiano tra la propria insormontabile mediocrità artistica e il genio naturale e spontaneo dei suoi allievi.
Perché scrivo ciò? Beh, sia benedetta la dentiera panoramica del povero Ray Charles, siamo giunti alla fine di questa mia breve parentesi giornalistica: gli anni sul groppone sono troppi e comincia a pesarmi questa paginetta da consegnare ogni mese. Ma prima di tornare senza alcuna lacrimuccia ad occuparmi dei miei conigli e ad accudire in solitudine la mia strabordante collezione discografica, volevo provare a chiedermi ad alta voce - e quale modo migliore del condividerlo con voi come ultimo saluto? - per quale insano motivo ho dedicato la quasi totalità della mia esistenza, svariate ore al giorno ogni giorno dell’anno, all’ascolto e allo studio intensivo di musiche di ogni epoca e luogo. Più di una volta ho creduto di essere affetto da mania ossessiva, di essere finito preda di una qualche forma psicotica di compulsione all’ascolto (e all’acquisto). Non so se capita pure a voi: le orecchie non sono mai sazie. È come se, ogni volta, il prossimo disco che finirà sul piatto, o nel lettore, possa racchiudere il senso di tutto questo agitarsi. Anche se ovviamente non succede un bel nulla, e la ricerca continua. Ho pensato potesse trattarsi di una malattia giovanile, quando macini centinaia di km per assistere al concerto di un tuo eroe o conti sul calendario i giorni che ti separano dall’uscita di un suo album. Ma poi i decenni si sono accumulati e questa strana sindrome ancora non accenna a guarire. Probabilmente mi accompagnerà alla tomba.
Ho trovato da poco un fotolibro curato da Guido Harari, The Beat Goes On, che attraverso immagini e dirette testimonianze ripercorre la storia di Fernanda Pivano, prima ambasciatrice per l’Italia della Beat Generation. Scorrendo gli stupendi scatti dall’album di famiglia, con la bella giovane di buona famiglia che incontra sul suo cammino così tanti personaggi della cultura e della letteratura italiana e anglosassone (i Pavese, Hemingway, Faulkner, Caldwell, Miller, Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Ferlinghetti, ecc.ecc.), sarà autosuggestione ma pare quasi che l’essenza personale della Pivano, così pronunciata negli sguardi intensi delle foto giovanili, venga gradualmente risucchiata da questa corte di celebrità che la studiosa ha aiutato, tradotto, recensito, ospitato, coccolato, sostenuto e promosso fedelmente in ogni modo, negli anni felici e meno felici. O forse, per la bocca sdentata di Gregory Corso, è vero (anche) esattamente il contrario. Lo storico, l’esegeta, il commentatore, l’insegnante, l’autore mediocre, spesso si nutrono della luce riflessa dalle grandi personalità di cui si occupano. E immancabilmente aspirano ad emularle. Ecco quindi che il grande traduttore si fa (modesto) romanziere o poeta e l’acuto critico musicale si cimenta nei panni di banale musicista, pur di assaporare quelle emozioni che così bene conosce sulla carta. Nel rock, c’è chi tenta perfino di provare i medesimi eccessi e tormenti della star, ma può restarne similmente bruciato, com’è accaduto a Lester Bangs, formidabile affabulatore di recensioni in forma di racconto, ma rocker inesorabilmente limitato e sgraziato nei dischi con Delinquents e Birdland.
A ben riflettere, lodata sia la laringe rimossa di Timi Yuro, uno dei principali moventi della fame insaziabile di musica che mi/ci coglie è probabilmente proprio la tentazione di scoprire, a forza di ravvicinate frequentazioni, l’arcana formula che contraddistingue una creatività superiore. A costo di essere ricordati solo per un’attività di indefessi gregari, pur di poter raccogliere indizi da organismi biologici posseduti dal genio. A costo di consumare un’intera vita nell’ombra, studiando e ristudiando i meccanismi della fascinazione, sperimentando su di noi quegli stessi gesti che hanno fatto scoccare la sublime scintilla. A costo di lavorare sottopagati e gratis, di essere dimenticati nel colophon dei collaboratori e nella pagina dei ringraziamenti, di perdere tutti gli amici e le occasioni di amori inseguendo quell’unica fissazione. A costo di vendere l’anima alla musica o alla pagina scritta, senza chiedere nulla in cambio se non la possibilità di trovarsi un giorno per una sola volta in quel luogo dello spirito dove la creazione si fa immortale quasi senza sforzo. Come Lester Bangs. Come Nanda Pivano. Come Salieri.